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House
An interior at Giomein
Breuil-Cervinia, Italy
2025

Il progetto di co.arch (Andrea Pezzoli e Giulia Urciuoli) a Cervinia nasce all’interno del complesso Giomein, realizzato da Mario Galvagni completato nel 1972 sul promontorio omonimo, affacciato sulla conca del Breuil e sul profilo del Monte Cervino. Inserito nella stagione di massima espansione del turismo alpino — nuove piste, funivie, infrastrutture e residenze per la vacanza — il Giomein interpreta la montagna non come scenografia ma come sistema morfologico e percettivo con cui l’architettura sceglie di misurarsi.

L’intervento riguarda un interno domestico al quarto e quinto piano, commissionato da una coppia di collezionisti d’arte. L’appartamento conservava un universo decorativo fortemente connotato: tessuti jacquard applicati alle pareti e fissati con passamaneria, moquette diffusa anche nei bagni, boiserie lignea, specchiature continue e soffitti a grigliato. Un insieme coerente e personale, compiuto in sé, che rendeva evidente quanto un’ulteriore stratificazione stilistica avrebbe rischiato di forzare lo stato originario.

Il rilievo ha affrontato la complessità dello spazio in due direzioni complementari: geometrica e materica. Falde spezzate con inclinazioni variabili, livelli di calpestio differenziati, pareti curve, finestre triangolari e bow window definivano un interno già architettonicamente “in tensione”.

Le indagini successive con le imprese e i saggi sulle stratigrafie hanno però chiarito l’impossibilità di conservare i rivestimenti a parete e le moquette, deteriorati nel tempo. La rimozione delle stoffe ha permesso un risanamento delle murature e un nuovo disegno delle quote interne, riportando alla luce la struttura spaziale più essenziale dell’opera di Galvagni. In questo “ritorno al nudo” sono emersi con maggiore nitidezza gli elementi espressivi dell’interno: la copertura rivestita esternamente in rame e internamente in tavole di larice, che riprende la logica delle creste montuose attraverso altezze variabili e volumi aguzzi; e i bow window sporgenti, letti come dispositivi ottici che regolano il rapporto tra abitante e paesaggio. L’edificio appare qui come un filtro visivo che dirige lo sguardo verso la montagna e ne traduce la durezza in una grammatica domestica di linee e tagli di luce, per riprendere la grammatica di Galvagni è un “analogon”, un dispositivo che amplifica la percezione della montagna.

Il progetto d’interni si muove quindi su un equilibrio preciso: custodire la memoria spaziale dei Settanta senza replicarne letteralmente i codici decorativi. Abbiamo mantenuto una vocazione morbida e abitativa attraverso la moquette Besana, declinata con variazioni cromatiche tra zona giorno, aree di passaggio e camere da letto. Nei locali funzionali — bagni e cucina — il pavimento e i rivestimenti si affidano a una pietra calcarea in toni beige, capace di raffreddare la palette senza interrompere la continuità materica.

 Un riferimento dichiarato è Casa Tabarelli di Carlo Scarpa, in particolare nell’uso dei contrangoli come strumenti di definizione spaziale e nella ricerca di una materia muraria che fosse insieme viva e controllata. La Calce del Brenta è stata impiegata per uniformare le pareti e introdurre una texture misurata, compatibile con la natura tattile dell’involucro originario.

Il cuore dell’intervento è la zona giorno, interpretata come fulcro relazionale della casa. Qui compare il “conversation pit”, tipologia simbolo dell’architettura d’interni degli anni Settanta, riletto come stanza nella stanza. I livelli del pavimento sono stati ridisegnati per articolare una zona ribassata dedicata ai divani su misura: un arredo fisso morbido che richiama, con discrezione, la logica modulare del Camaleonda di Mario Bellini. Una struttura in rovere ne definisce il perimetro e costruisce un campo più intimo, orientato verso il camino monolitico inserito in un volume rivestito in marmo Verde Alpi.

La quota superiore accoglie la zona pranzo, con un tavolo stile fratino disegnato su misura in una tonalità azzurro chiaro, affiancato da una seduta fissa a parete per intensificare la relazione con le finestre e con la luce di quota. La cucina si lascia intravedere da una nuova apertura a quadrato ruotato, omaggio controllato alle geometrie luminose delle parti comuni disegnate da Galvagni. Un gradino in Verde Alpi introduce a un livello più basso, dove la pietra calcarea chiara incontra mobili laccati verde terra e un piano in acciaio inox.

 Il corridoio distribuisce infine la zona notte, sviluppata con arredi su misura e interventi puntuali. La cameretta dei bambini ospita un letto a castello che richiama l’idea di una piccola architettura interna, tra cabin nordica e bivacco alpino. Nella camera principale è stato recuperato un letto Le Mura anni Settanta di Cassina disegnato da Mario Bellini in velluto a coste marrone. In mansarda, la stanza padronale diventa un episodio quasi autonomo: una piattaforma lignea che evoca una cabina navale e orienta il riposo verso la finestra ad angolo, che incornicia il Cervino come presenza costante. Anche qui, gli scuri interni in legno completano il controllo della luce e del rapporto con l’esterno.

L’appartamento al Giomein lavora per sottrazione e precisione: ripulisce ciò che il tempo ha reso fragile, ricompone la coerenza spaziale e restituisce all’opera di Galvagni una domesticità contemporanea. Il risultato è un interno in cui il paesaggio non è solo una vista, ma una forma di struttura: entra nelle inclinazioni del soffitto, nella direzione dei tagli di luce, nella postura degli arredi, fino a diventare parte della vita quotidiana dei suoi abitanti e della loro collezione. Altro asse silenzioso ma decisivo del progetto è la presenza delle opere d’arte contemporanea, selezionate dai proprietari — una coppia di collezionisti milanesi — come parte integrante della costruzione spaziale. Nel corridoio, il ritmo dei contrangoli in rovere incornicia e scandisce due fotografie recenti di Joanna Piotrowska, stampe manuali ai sali d’argento 70×90, accostate a Cathartic Illustration di Jeremy Shaw. Nella zona giorno, Amari Rossori di Iva Lulashi — presentata nel 2024 alla Biennale — introduce una tensione cromatica che dialoga con la morbidezza materica dell’ambiente. La camera da letto verde, ospita una pala in legno di Nerone e Patuzzi NP2, gruppo di artisti,architetti che ha saputo indagare l’unione tra arte e architettura. La camera padronale accoglie infine un dittico di Pablo Bronstein, artista argentino legato a un immaginario italiano, come contrappunto colto e misurato alla dimensione più intima della mansarda.

co.arch’s project (Andrea Pezzoli and Giulia Urciuoli) in Cervinia is set within the Giomein complex, designed by Mario Galvagni and completed in 1972 on the homonymous promontory, overlooking the Breuil basin and the profile of the Cervino. Conceived during the peak expansion of Alpine tourism—new ski runs, cableways, infrastructure and holiday residences—Giomein interprets the mountain not as scenery but as a morphological and perceptual system against which architecture chooses to measure itself.

The intervention concerns a domestic interior on the fourth and fifth floors, commissioned by a couple of art collectors. The apartment preserved a strongly defined decorative universe: jacquard fabrics applied to the walls and fixed with passementerie, carpeting extending even into the bathrooms, timber boiserie, continuous mirror surfaces and gridded ceilings. It was a coherent, highly personal whole, complete in itself—making clear how any further stylistic layering could have strained the original condition.

The survey addressed the space’s complexity across two complementary dimensions: geometry and materiality. Broken roof planes with ever-shifting pitches, varied floor levels, curved walls, triangular windows and bow windows shaped an interior already architecturally “in tension”.

Subsequent investigations with the contractors and stratigraphic probes clarified the impossibility of preserving wall coverings and carpeting, both compromised over time. Removing the fabrics enabled remediation of the masonry and a new calibration of interior heights, revealing the most essential spatial structure of Galvagni’s work. In this “return to the bare bones”, the interior’s expressive elements emerged more sharply: the roof clad externally in copper and internally in larch boards, echoing the logic of mountain ridgelines through variable heights and acute volumes; and the projecting bow windows, understood as optical devices that regulate the relationship between inhabitant and landscape. The building appears here as a visual filter that directs the gaze toward the mountain and translates its harshness into a domestic grammar of lines and cuts of light—an “analogon”, in Galvagni’s terms, a device that amplifies the perception of the mountain.

The interior design therefore moves within a precise balance: preserving the spatial memory of the 1970s without literally replicating its decorative codes. A soft, lived-in character is maintained through Besana carpeting across the home, with chromatic shifts between the living area, circulation spaces and bedrooms. In more functional rooms—bathrooms and kitchen—floors and wall surfaces are finished in beige-toned limestone, cooling the palette without interrupting material continuity.

A declared reference is Carlo Scarpa’s Casa Tabarelli, particularly in the use of contrangoli as tools for spatial definition and in the search for wall surfaces that are both alive and controlled. Calce del Brenta was used to unify the walls and introduce a measured texture, compatible with the tactile nature of the original envelope.

The living room is the heart of the intervention, conceived as the home’s relational nucleus. Here, the “conversation pit”—an emblematic 1970s interior archetype—is reread as a room within the room. Floor levels were redesigned to articulate a lowered area for bespoke sofas: a soft built-in element that discreetly references the modular logic of Mario Bellini’s Camaleonda. An oak structure defines the perimeter and creates a more intimate field, oriented toward a monolithic fireplace set within a volume clad in Verde Alpi marble.

The upper level hosts the dining area, with a custom-designed refectory-style table in a pale light-blue tone, paired with a fixed bench along the wall to intensify the relationship with the windows and high-altitude light. The kitchen is glimpsed through a new rotated-square opening—a controlled homage to the luminous geometries of Galvagni’s common areas. A Verde Alpi marble step introduces a lower level where pale limestone meets earth-green lacquered cabinetry and a stainless-steel worktop.

A corridor finally distributes the sleeping quarters, developed through bespoke elements and carefully targeted interventions. The children’s room features a custom bunk bed that suggests a small internal architecture, somewhere between Nordic cabin and Alpine bivouac. In the main bedroom, a 1970s Le Mura bed by Cassina, designed by Mario Bellini in brown corduroy velvet, has been recovered. In the attic, the master room becomes an almost autonomous episode: a timber platform evoking a ship’s cabin and orienting rest toward the corner window that frames the Cervino as a constant presence. Here too, internal wooden shutters complete the control of light and the relationship with the exterior.

The Giomein apartment works through subtraction and precision: it clears away what time has made fragile, recomposes spatial coherence and restores a contemporary domesticity to Galvagni’s architecture. The result is an interior in which the landscape is not only a view but a structural condition—entering the slopes of the ceiling, the direction of light cuts and the posture of the furnishings, becoming part of the everyday life of its inhabitants and their collection.

Another quiet yet decisive axis of the project is the presence of contemporary artworks, selected by the owners — a Milanese collector couple — as an integral part of the spatial composition. In the corridor, the rhythm of the oak corner profiles frames and marks out two recent photographs by Joanna Piotrowska, 70×90 hand-printed silver gelatin prints, alongside Cathartic Illustration by Jeremy Shaw. In the living area, Amari Rossori by Iva Lulashi — presented at the 2024 Biennale — introduces a chromatic tension that dialogues with the material softness of the space. The green bedroom houses a wooden altarpiece by Nerone and Patuzzi NP2, a group of artists and architects that has explored the union between art and architecture. The master bedroom finally hosts a diptych by Pablo Bronstein, an Argentinian artist tied to an Italian imaginary, as an erudite, measured counterpoint to the more intimate dimension of the attic.

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An interior at Giomein
© Francesca Iovene
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An interior at Giomein
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© Courtesy of co.arch studio
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